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sabato 25 giugno 2011

Cinema, al festival di Pescara
arriva "Trabalhar cansa"


Marco Dutra e Juliana Rojas

Da San Paolo del Brasile arriva il primo film in concorso alla Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, una commedia nera, una storia sul lavoro che diventa un noir, diretto dalla ventinovenne Juliana Rojas e dal trentunenne Marco Dutra. I due, hanno studiato cinema all'Università di San Paolo e il cortometraggio che hanno realizzato insieme per la laurea, The White Sheet (O Lenol branco) è stato proiettato nei maggiori festival di tutto il mondo e alla Cinèfondation di Cannes nel 2005. Trabalhar Cansa (Lavorare stanca) è il loro primo lungometraggio, proiettato in piazza a Pesaro e accolto con entusiasmo dal pubblico.
«Abbiamo voluto raccontare una storia sull'importanza del lavoro in Brasile che ha una delle economie in più rapida crescita del mondo» ha detto Juliana Rojas incontrando i giornalisti. «Credo sia importante raccontare la realtà sociale brasiliana, ancora molto suddivisa al suo interno». «Le differenze sociali esistono, si avvertono, pochi ne parlano, e ancor meno, amano vederle al cinema. Bisogna tener presente l'enorme varietà sociale che il nostro Paese presenta per comprendere a pieno il peso che ha lo sviluppo economico oggi, e che ovviamente, riguarda soltanto alcune classi privilegiate».
La storia è ambientata in un vecchio quartiere di São Paulo con una composizione sociale mista, piccolo borghese e proletaria. La protagonista, Helena (Helena Albergaria), è un’intraprendente casalinga trentenne. La donna visita un ampio locale, da tempo non occupato, con l’idea di affittarlo per installarvi un minimarket, nonostante qualche dubbio sulla convenienza dell’impresa e una certa inquietudine derivante da voci su precedenti affittuari irrintracciabili di cui nessuno vuole parlare a causa di presunte stranezze (pare che vi sia di mezzo un componente di quella famiglia affetto da turbe mentali)). Proprio lo stesso giorno suo marito, il quarantenne Otávio (Marat Descartes), viene licenziato dall’impresa in cui lavora come impiegato da dieci anni, in seguito ad una ristrutturazione aziendale. Nonostante i timori per il bilancio familiare, la protagonista non demorde, firma il contratto e predispone l’avvio dell’attività. Nel frattempo assume (senza libretto di lavoro) una giovane domestica negra, Paula (Naloana Lima), che le è stata raccomandata, nonostante sia priva di esperienza. Quest’ultima dovrà effettuare le pulizie del loro appartamento e occuparsi della loro figlia Vanessa (Marina Flores), di otto anni. Helena procede ai necessari lavoretti di riparazione, all’approntamento delle scorte e alla selezione del personale (4 dipendenti) e inaugura il minimarket.
Tuttavia ben presto la situazione si complica a causa di vari avvenimenti inquietanti. Un giorno una melma viscosa trasuda dal pavimento del locale (si scoprirà che si tratta di una tubatura rotta), poi appaiono alcune macchie misteriose di muffa su una parete, quindi compare un cagnaccio nero ringhioso che puntualmente, ogni sera, minaccia i dipendenti all’ uscita dal negozio. Successivamente Helena si rende conto di alcune sparizioni di merce dal magazzino, sospetta il furto da parte di un dipendente ed è costretta a licenziarlo e a installare un sistema video di sorveglianza. Nel frattempo anche la vita familiare diventa problematica. Otávio, ormai disoccupato da due mesi, cerca un nuovo impiego, ma i suoi tentativi vengono frustrati. In particolare, nel corso di un colloquio grottesco gli viene chiesto di sottoporsi a un assurdo gioco di ruolo insieme ad un altro candidato. Quindi l’addetto dell’agenzia di collocamento gli consiglia di iscriversi a un corso motivazionale. L’uomo si sente sempre più depresso e umiliato, anche perché ormai l’unico sostegno al budget familiare viene dall’attività della moglie. La domestica Paula, demotivata e risentita, mal sopporta i rimproveri della madre di Helena, una signora borghese venuta nell’appartamento per celebrare le feste di fine anno. Peraltro la stessa rimprovera la figlia di aver sposato un uomo incapace che, orgogliosamente rifiuta di chiedere un prestito agli suoceri. Nel corso di un imbarazzante veglia natalizia la protagonista soffre un epistassi e il marito annuncia di aver accettato un lavoro a commissione di venditore di assicurazioni.
Helena avverte un asfissiante clima di pericolo incombente e di ostilità da parte dei suoi dipendenti e della domestica, che sembrano attendere il suo fallimento, ma cerca di fronteggiare la tensione e le paure. Nell’imminenza del Carnevale decide di tenere aperto il minimarket per sfruttare l’opportunità festiva, ma le macchie sulla parete ammuffita si allargano e ne promana un odore nauseabondo. L’operaio chiamato, per scoprire la causa del danno e ripararlo, rinvia il lavoro a dopo la pausa festiva. Quindi, una sera, dopo la chiusura al pubblico, Helena procede a rompere la parete sospetta e…. Non sveliamo il clou della vicenda, limitandoci a dire che la donna e il marito fronteggiano stoicamente una situazione imprevedibile e terrificante. In seguito la vita riprende, con apparente tranquillità. La parete del negozio è stata riparata e l’attività commerciale gestita da Helena procede regolarmente. Paula ha cambiato lavoro ed è impiegata, con un contratto regolare, in un ristorante di uno shopping center. Peraltro, in una poderosa sequenza finale che mostra un seminario volto a insegnare come affrontare le sfide del mercato del lavoro, si assiste alla definitiva accettazione da parte di Otávio dell’invito a sfogarsi, mostrando il proprio istinto animalesco: il suo urlo disperato va oltre qualsiasi metafora.
La qualità del film emerge in primo luogo dalla sceneggiatura, elaborata, con un approccio molto attento, da parte degli stessi registi. In effetti la narrazione mescola, con una sapiente stratificazione, vari elementi, in un gioco di echi e di specchi non banale. Ogni personaggio che entra in scena rappresenta un fattore importante in un sistema di relazioni che si articola su diversi livelli (esistenziale, familiare, domestico, sociale, etnico, ecc.), senza tesi precostituite o pretese didascaliche o tentazioni psicologiste. In termini più generali si può affermare che la vera forza del film risiede in una sorprendente lucidità e personalità dello sguardo, piuttosto inusuale nel panorama cinematografico brasiliano dove ben pochi autori rappresentano l’essenza dei conflitti sociali, uniformandosi piuttosto ai clichès conformistici dominanti che enfatizzano l’incontro interclassista e i suoi felici rituali. Al contrario, in questa opera, le relazioni interpersonali e sociali risultano costantemente tese, in un clima di incombente paralisi. Gli attori, diretti con polso fermo, danno vita a personaggi credibili e ben radicati nello specifico contesto urbano e nella vicenda così come è concepita. Inoltre sono da sottolineare aspetti visivi quali gli efficaci close ups e i dialoghi calibrati che alternano iperrealismo e violenza trattenuta.
Al tempo stesso l’utilizzo di meccanismi di messa in scena e tecnici tipici del genere horror appare come un filtro ben congegnato e non dissonante ai fini della valorizzazione della storia. La fotografia di Matheus Rocha utilizza con appropriatezza i toni pallidi e i colori freddi e persino spettrali. La scenografia approntata da Fernando Zuccolotto, pur con i limiti del low budget, risulta abbastanza brillante, anche senza effetti speciali strabilianti. Il sound e il mixage, curati da Gabriela Cunha, Daniel Turrini e Fernando Henna sono impressionanti perché enfatizzano i rumori naturali e usano con grande parsimonia il commento musicale, evitando artificiosità manipolative. In conclusione si tratta di un esordio felice, anche se, certamente non mancano alcuni limiti, in particolare qualche simbolismo eccesivo e un ritmo dell’azione non sempre consistente e realmente emozionante.

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