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sabato 12 marzo 2011

Dilma vuole svelare i segreti
della dittatura militare



L'Esercito brasiliano è in subbuglio: la creazione della «Commissione della Verità» per svelare i segreti della dittatura militare (1964-1985) proposta dal governo di Dilma Rousseff al Congresso di Brasilia «rischia di provocare serie tensioni». Lo afferma un documento del comando dell'Esercito inviato al ministero della Difesa e indirizzato apparentemente alla presidente Dilma Rousseff. Il ministro della Difesa, Nelson Jobim, è lo stesso del governo Lula ed è considerato dai militari il loro interlocutore più affidabile.
Secondo il documento, «commissioni di quel tipo si giustificano quando sono create in un contesto di transizione politica, che non è ovviamente il caso oggi». A quasi trent'anni dalla fine del regime, prosegue il testo, «testimoni, documenti e altre prove si sono persi con il tempo ed è quindi improbabile arrivare realmente alla verità dei fatti». L'unico risultato, conclude il documento, sarebbe «riaprire ferite nell'amalgama nazionale». Il ministero della Difesa ha spiegato che il documento era stato redatto e inviato ancora durante il governo Lula, che è stato il primo a formulare l'idea di una «Commissione della Verità» sulla dittatura militare, rinviandola poi sine die. Adesso però la presidente Dilma sembra decisa a riaprire la questione.
Ma chi è il nuovo presidente del Brasile? Dilma Vana Roussef Linhares nasce a Belo Horizonte il 14 dicembre 1947 in una famiglia giudaico-cristiana di classe medio-alta. Il padre è un avvocato e imprenditore bulgaro naturalizzato brasiliano e la madre è una maestra elementare. Già durante la giovinezza matura posizioni politiche di matrice socialista. Tra il 1964 e il 1985 partecipa alla lotta armata contro la dittatura militare brasiliana in organizzazioni come il Comando de Libertaçao Nacional (meglio conosciuto come COLINA) e la VAR Palmares. Nel 1970 viene arrestata perchè trovata armata in un locale nel quale la polizia stava arrestando un suo collega; viene condannata in prima istanza a sei anni, pena che viene poi ridotta a due anni e un mese, ma solo quando lei ha già trascorso tre anni in carcere. Uscita dalla prigione la Dilma denuncia apertamente le torture subite per ben ventidue giorni a Operaçao Bandeirante, il centro di tortura istituito dalla dittatura militare, indicando anche i nome dei militari autori delle violenze.
Le persone incarcerate nel corso del ventennio sarebbero intorno a 50.000, 20.000 quelle torturate. Circa 400 le persone assassinate e 87 i desaparecidos.
Lula, nel 2007, presentò a Brasilia il rapporto che chiamò “Diritto alla memoria e alla verità”, un testo di 500 pagine, frutto di 11 anni di lavoro della Commissione per le vittime e gli scomparsi della segreteria nazionale dei diritti umani. E in quella occasione usò parole forti: “Una delle ferite che resta aperta è la localizzazione dei resti mortali di molti oppositori; le famiglie reclamano il diritto sacrosanto di seppellire i loro cari”. Il rapporto documenta la sorte di 475 militanti politici vittime dell’ultima dittatura militare, tutti casi già noti ma mai fino ad allora “certificati” dallo Stato, ma soprattutto riconosce per la prima le responsabilità dello stesso Stato negli abusi commessi dai regimi militari; sempre per la prima volta, in un testo ufficiale figurano i nomi di alcuni torturatori e si ammette che “l’apparato repressivo arrivò ad agire al di fuori del paese. Nel 1972 lasciò le sue tracce in Bolivia, nel 1973 in Cile e Uruguay e nel 1976 in Argentina”. I responsabili delle violenze, tuttavia, sono tuttora protetti dalla legge di amnistia firmata nel 1979, fortemente contestata dalle organizzazioni dei familiari delle vittime, tra cui “Tortura nunca mais”, che esige anche l’apertura degli archivi segreti militari per chiarire la sorte degli oppositori.
Il Ventennio, in Brasile, comincià il primo aprile 1964. Una divisione di fanteria si diresse all'alba dallo stato di Minas Gerais su Rio de Janeiro, la principale città del paese, e su Brasilia, sede della Presidenza della Repubblica e del governo, senza incontrare nessuna resistenza da parte del governo di Joao Goulart. Il presidente fuggì in Uruguay e la sinistra non riuscì a organizzare una qualsiasi forma di resistenza: i militari presero così il potere senza sparare un colpo. Il presidente del Senato dichiarò vacante la Presidenza della Repubblica, dove si insediò temporaneamente il presidente della Camera dei deputati, Ranieri Mazzilli. Quindici giorni dopo fu proclamato il primo presidente militare, il generale Humberto Castello Branco, a cui faranno seguito i generali Geisel, Medici, Costa e Silva, e Figueiredo, fino al 1984, quando gli stessi militari si fecero volontariamente da parte per riconsegnare il paese ai civili e alla democrazia, altro elemento che tende a sdrammatizzare agli occhi dei brasiliani la dittatura militare. A metà degli anni '80 il miracolo economico brasiliano, sostenuto in gran parte dai prestiti concessi dalle banche internazionali, si andava esaurendo e i militari decisero di cedere nuovamente il potere a un governo di civili. Nel novembre 1989 i brasiliani ebbero per la prima volta in quasi 30 anni la possibilità di eleggere il presidente con libere elezioni popolari. Il vincitore fu Fernando Collor de Mello che sconfisse il socialista Luiz “Lula” da Silva con uno scarto esiguo.





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